Pinterest non è un progetto
Perché la casa dei sogni salvata alle undici di sera non entra quasi mai in una palazzina romana degli anni Sessanta. E cosa farne, invece.
Pinterest come strumento di progettazione architettonica
arch. Mauro Mazzarelli
Esiste ormai un rito che accomuna tutti i primi sopralluoghi. Il cliente mi fa fare il giro dell'appartamento, io prendo il distanziometro, lui prende il telefono. Vince sempre il telefono. «Ecco, io vorrei una cosa così.»
Segue la proiezione: cucine a isola in ambienti a doppia altezza, docce a filo pavimento in bagni con finestre a nastro affacciate sui fiordi, resina continua dall'ingresso al terrazzo, travi in legno a vista, vetrate dal pavimento al soffitto su un bosco di betulle. Una casa bellissima. Peccato che non sia questa.
Questa è un terzo piano di una palazzina romana degli anni Sessanta: telaio in cemento armato, solai in laterocemento, affaccio sul parcheggio e un regolamento di condominio che l'amministratore custodisce come le tavole della legge.
Sia chiaro, non ho niente contro Pinterest. Per anni il primo incontro con un cliente è stato un esercizio di divinazione: «qualcosa di moderno, ma caldo», «minimal, però accogliente», «semplice, ma che faccia effetto». Oggi almeno arrivano con le immagini, ed è un progresso. Il guaio comincia quando la bacheca smette di essere un racconto dei desideri e diventa un capitolato d'appalto. Quando si scambia l'immagine per un progetto.
Un pin mostra un risultato. Non mostra la casa su cui è stato ottenuto, le regole a cui ha dovuto piegarsi e, soprattutto, quanto è costato. Tre dettagli trascurabili che, per pura coincidenza, sono esattamente il mio lavoro.
Anatomia di un pin
Cominciamo da una rivelazione dolorosa: buona parte di quelle immagini non sono fotografie. Sono render. E il render è un luogo felice in cui non esistono prese elettriche, termosifoni, split del condizionatore, botole d'ispezione, sifoni, fughe tra le piastrelle, né il cavo del caricabatterie che in ogni cucina reale giace sul piano di lavoro dal giorno del trasloco. La luce entra sempre dal lato giusto, alla temperatura giusta, e nessuno ha mai cucinato niente.
Da un paio d'anni si è aggiunta una nuova specie: le immagini generate con l'intelligenza artificiale. Scale a sbalzo che non poggiano su nulla, mensole in levitazione, vetrate senza telaio, lavabi senza scarico. È un'architettura che ha risolto il problema della gravità nel modo più elegante: ignorandolo. Riconoscerle è sempre più difficile anche per chi lo fa di mestiere; impossibile per chi le salva alle undici di sera sul divano.
Restano le fotografie vere, che però sono fotografie di architettura, cioè il genere più ritoccato dopo gli annunci delle agenzie immobiliari. Grandangolo spinto, verticali raddrizzate in post-produzione, esposizioni multiple fuse insieme, la giornata scelta con cura, l'ambiente svuotato e riallestito da uno stylist con tre vasi e un libro aperto a metà. Una stanza di quindici metri quadri, ripresa così, ne dimostra trenta. Non è un inganno, è il linguaggio del marketing. Ma nessuno lo scrive in didascalia.
E poi c'è il contesto, che nell'inquadratura non entra mai. Metà di quelle case sta in Scandinavia, dove il sole passa di sfuggita e va catturato con tutto il vetro disponibile. L'altra metà sta in California, costruita con telai in legno leggero in cui aprire un varco è poco più che segare un montante un sabato pomeriggio. La parete interamente vetrata esposta a sud a Copenaghen, è poesia; a Roma, a luglio, è un esperimento di serricoltura. E il bianco totale che rende morbida la luce nordica... sotto il sole romano richiederebbe gli occhiali scuri anche in corridoio.
La casa che c'è già
Una ristrutturazione, spiace dirlo, non parte da un foglio bianco. Parte da un edificio che ha già una struttura, delle altezze, degli impianti condominiali e una lunga storia di interventi precedenti, di solito eseguiti dal cognato di qualcuno e documentati con la stessa cura. Tutto quello che si può fare dipende da quello che c'è.
Il desiderio più gettonato è noto: «buttiamo giù tutto e facciamo un open space». In una palazzina in cemento armato i tramezzi si demoliscono senza troppi drammi, ma pilastri e travi restano esattamente dove sono. E la trave ribassata che taglia in due il soggiorno, nel pin, curiosamente non c'era. In un edificio in muratura portante, come buona parte della Roma del primo Novecento, aprire un varco in un muro è un intervento strutturale a tutti gli effetti: un intervento locale ai sensi del §8.4.1 delle NTC 2018, con calcolo, cerchiatura e pratica sismica secondo la disciplina regionale (nel Lazio, il RR 26/2020). Non è un no. È un altro progetto, con altri tempi e un altro preventivo.
Poi ci sono le altezze, che nessuna immagine dichiara mai. Gole di luce, velette, controsoffitti a cassettoni luminosi: ogni idea brillante si mangia qualche centimetro. Con tre metri e mezzo di interpiano ci si diverte; se l'altezza netta è già vicina ai 2,70 m che è il minimo di legge per i locali abitabili, il controsoffitto scenografico diventa rapidamente un problema, e non solo per chi gioca a pallavolo.
Anche sotto i piedi la realtà è meno fotogenica. La doccia a filo pavimento, probabilmente l'oggetto più salvato nella storia di Pinterest, ha bisogno di spessore per la pendenza per arrivare allo scarico. Se il solaio è quello che è e la colonna condominiale sta dall'altra parte del bagno, il filo pavimento diventa un gradino; oppure si rialza tutto l'ambiente, e il gradino si trasferisce sulla porta. La resina continua dal soggiorno al terrazzo litiga con la soglia che dovrebbe tenere fuori la pioggia. E resine e microcementi posati su un sottofondo vecchio e fessurato hanno una dote preziosa: riproducono ogni crepa del supporto con la fedeltà di un calco.
Le regole che l'immagine non mostra
Ogni foto su Pinterest è stata scattata da qualche parte, sotto un qualche ordinamento giuridico. Quasi mai il nostro, che è tra i più complessi in assoluto.
Il primo ostacolo, in città, ha un nome preciso: il condominio. L'art. 1122 c.c. vieta al condomino, anche dentro casa propria, le opere che rechino danno alle parti comuni o pregiudizio alla stabilità, alla sicurezza o al decoro architettonico dell'edificio, e gli impone comunque di avvisare prima l'amministratore. I muri maestri sono parti comuni per l'art. 1117. La facciata è decoro. Vetrate a tutta altezza, infissi antracite su una facciata di persiane verdi, loggia trasformata in giardino d'inverno: nel pin sono scelte di gusto, qui diventano punti all'ordine del giorno dell'assemblea, subito dopo le infiltrazioni del quarto piano.
Poi c'è il titolo edilizio. Pavimenti e finiture: edilizia libera, art. 6 del DPR 380/2001. Spostare tramezzi e rifare gli impianti: CILA, art. 6-bis. Toccare le strutture: SCIA, art. 22, comma 1, lettera a). La veranda vetrata merita un capitolo a parte. Le VEPA sono edilizia libera per l'art. 6, comma 1, lettera b-bis), a patto di essere amovibili, totalmente trasparenti e di non creare spazi stabilmente chiusi. Cioè l'esatto contrario del giardino d'inverno con telai a taglio termico, pavimento riscaldato e poltrona di velluto che si vede nella foto.
Ci sono poi i requisiti igienico-sanitari del DM 5 luglio 1975, in vigore da oltre mezzo secolo e mai smentiti da un render. Superficie finestrata apribile non inferiore a un ottavo del pavimento (art. 5), camere da letto di almeno 9 e 14 metri quadri (art. 2), cucina aperta sul soggiorno ammessa come posto di cottura purché comunichi ampiamente con esso e abbia l'aspirazione forzata sui fornelli (art. 6). L'isola al centro della stanza, con la cappa sospesa senza alcun condotto visibile, deve pur sempre mandare fumi e vapori da qualche parte. Nei render, evidentemente, li portano via a mano.
Se infine l'edificio ricade in un ambito vincolato ai sensi del D.Lgs. 42/2004, anche un intervento sui prospetti può richiedere l'autorizzazione paesaggistica dell'art. 146. Le esclusioni e le semplificazioni del DPR 31/2017 esistono, ma presuppongono il mantenimento di materiali, colori e caratteri esistenti: più o meno il contrario di «cambiamo tutto». E sostituire gli infissi significa rispettare i limiti di trasmittanza del DM 26 giugno 2015, che il serramento dal profilo quasi invisibile visto nella foto raggiunge, quando li raggiunge, a un prezzo che merita un paragrafo a sé.
Il costo che non si vede
Un'immagine non ha il cartellino del prezzo. Ed è un peccato, perché le immagini più belle sono quasi sempre le più care, per una legge controintuitiva che ogni architetto impara a sue spese: il dettaglio che sparisce costa più di quello che si vede.
Porta filomuro senza coprifilo, battiscopa a filo intonaco, pensili senza maniglie, fughe allineate tra pavimento e rivestimento, profili di luce annegati nel cartongesso. Tutte lavorazioni che chiedono più precisione, più tempo, più coordinamento tra le maestranze e una tolleranza d'errore prossima allo zero. La semplicità, in cantiere, è un lusso: è una complessità nascosta molto bene, non eliminata.
Poi ci sono i costi a monte, che nelle foto proposte per definizione non compaiono: demolizioni, smaltimenti, vecchi impianti da rimuovere, massetti da rifare, pareti da rasare fino a una planarità compatibile con quella luce radente tanto amata, che su una parete storta produce un suggestivo effetto superficie lunare. E ci sono i vincoli logistici. Le grandi lastre ceramiche che trasformano il pavimento in un'unica distesa sono magnifiche, ma devono passare da un portone del 1962 e salire con un ascensore omologato per quattro persone senza bagagli.
Quando arrivo al computo metrico estimativo, tutto questo diventa voci e quantità. Ed è molto meglio che il cliente lo scopra il primo giorno, sfogliando la bacheca con un caffè in mano, che tre settimane dopo leggendo il totale del preventivo. Possibilmente seduto.
Dall'immagine al principio
Quindi, niente Pinterest? Tutt'altro. Chiedo sempre ai clienti di mostrarmi la bacheca e la sfogliamo insieme, con la pazienza di chi guarda le foto delle vacanze altrui.
Ma la domanda non è «la vuole uguale?».
È: «cosa le piace, qui?».
La risposta, quasi sempre, non è l'oggetto. È la luce, la calma, l'ordine, il calore di un materiale. Chi ha salvato venti cucine bianche di solito non vuole una cucina bianca: vuole un piano di lavoro sgombro, cioè contenitori progettati bene e un rapporto più sereno con il tostapane. Chi colleziona soggiorni scandinavi sta chiedendo luce, e allora la domanda diventa da dove entra la luce in casa sua, a che ora, e come portarla un po' più in fondo. Il principio si trasferisce quasi sempre. L'immagine quasi mai.
Utilissima anche la bacheca opposta, quella delle cose che non piacciono. Dice molto di più, perché è fatta di reazioni istintive e non di aspirazioni. E perché su quella nessuno bara.
Il passaggio successivo è restituire al cliente un'immagine della sua casa, non di quella di un designer danese. Una sezione con le altezze vere e la trave dove sta davvero. Un modello con l'orientamento reale e l'affaccio reale, parcheggio compreso. Qui gli strumenti di rappresentazione, intelligenza artificiale inclusa, diventano utili proprio quando lavorano sul rilievo e non sull'immaginario collettivo.
Il mio lavoro non è riprodurre la foto. È capire perché quella foto piace, e costruire in quella casa, con le sue travi, i suoi vicini, le sue regole e il suo budget, uno spazio che faccia provare la stessa cosa. Spesso il risultato non somiglia per niente al pin di partenza, ed è quasi sempre un buon segno. Anche perché, quando finalmente viene bene, il cliente lo fotografa.
E lo carica su Pinterest.
Immagini del progetto — 2